I muri a secco del Ragusano: la ragnatela di pietra che disegna la campagna iblea

Nei campi di Ragusa una fitta rete di muri a secco, patrimonio UNESCO, racconta storie di piccoli proprietari, fatica contadina e paesaggi unici degli Iblei.

15 febbraio 2026 15:00
I muri a secco del Ragusano: la ragnatela di pietra che disegna la campagna iblea - Foto: Gdiquattro/Wikipedia
Foto: Gdiquattro/Wikipedia
Condividi

Una campagna disegnata a mano

Chi arriva per la prima volta nella campagna di Ragusa ha spesso la stessa impressione: qualcuno, secoli fa, si è divertito a tracciare una gigantesca ragnatela di pietra. I muri a secco tagliano i campi in rettangoli irregolari, seguono le pieghe del terreno, scavalcano le colline basse degli Iblei e sembrano non finire mai. Non sono un vezzo estetico, ma il risultato di una pazienza ostinata: generazioni di contadini che, per liberare il terreno per la semina, tiravano fuori pietre e le trasformavano in confini, recinti, protezione dal vento.guidemarcopolo

Pietre sovrapposte, nessuna malta

La prima cosa che colpisce, se ci si ferma a guardarli da vicino, è la loro semplicità tecnica. Il muro a secco è fatto solo di pietre di varie forme e dimensioni, incastrate l’una sull’altra senza un filo di malta a tenerle insieme. Le più grosse alla base, quelle più piccole a chiudere buchi e fessure: è un equilibrio di pesi e incastri, più simile a un puzzle tridimensionale che a un’opera di muratura classica. Questa tecnica antichissima, che oggi è patrimonio UNESCO in diversi paesi del Mediterraneo, in provincia di Ragusa ha trovato una delle sue espressioni più riconoscibili, al punto da dare un volto preciso all’intero territorio ibleo.comune

La nascita di una “maglia” contadina

Dietro la bellezza di quei reticoli di pietra c’è una storia sociale precisa. A partire dalla prima metà del Cinquecento, un grande feudo venne progressivamente frazionato, dando vita a una precoce classe di piccoli proprietari terrieri. Ogni nuova proprietà doveva essere delimitata, difesa, resa leggibile in un paesaggio ancora poco “ordinato”. Così, pietra dopo pietra, nacquero piccoli e grandi vignali, parcelle agricole recintate da muri che segnavano i confini ma allo stesso tempo tenevano dentro animali, custodivano colture, proteggevano olivi, carrubi e filari di viti. Era un modo concreto per dire: “questo pezzo di mondo è il frutto delle mie mani”.guidemarcopolo

Un paesaggio che non assomiglia a nessun altro

Visti dall’alto, i muretti sembrano una grafica astratta: linee bianche su un mosaico di verdi, gialli e bruni che cambiano con le stagioni. È un paesaggio che non ha equivalenti nel resto dell’isola, perché qui la pietra calcarea affiora ovunque e diventa materiale naturale per costruire. La campagna ragusana, “ricchissima di muretti a secco”, come scrive lo stesso Comune, ha tratto da questa ossessione per la pietra un’identità fortissima: quando pensi agli Iblei, pensi a quei campi incorniciati, alle masserie bianche che spuntano tra un rettangolo e l’altro, alle strade di campagna che corrono a fianco dei muri come se seguissero un binario antico.comune

Vita quotidiana tra un muro e l’altro

Per chi è nato qui, quei muri non sono solo sfondo da cartolina. Sono appoggi per chiacchiere tra vicini, confini su cui i bambini camminano in equilibrio, rifugi improvvisati dal sole quando si lavora in mezzo ai campi. Fanno da barriera al vento che in inverno taglia la campagna, guidano le greggi e spezzano la corsa dell’acqua piovana nei temporali, limitando l’erosione dei terreni. Molti contadini conoscono ogni breccia, ogni “varco” dove si può passare da un fondo all’altro senza aprire cancelletti: è una geografia intima, imparata a piedi, che non troverai mai su una mappa.comune

Dal barocco ai campi: un solo racconto

Se il barocco di Ragusa Ibla affascina con facciate scolpite e balconi di palazzi nobiliari, i muri a secco raccontano l’altro lato della stessa storia: quello delle mani callose, delle giornate lunghe e della terra resa produttiva senza macchine. È come se il territorio ragusano avesse due linguaggi – la pietra lavorata finemente in città e la pietra “incastrata” in campagna – che però parlano della stessa cosa: la capacità di trasformare ciò che si ha a disposizione in bellezza e in identità. Per questo, quando si attraversa la provincia, vale la pena rallentare, scendere dall’auto e accarezzare una di quelle pietre: lì dentro, spesso, c’è più storia che in qualsiasi libro.terrazzaamare

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail

Segui Il Fatto di Sicilia