Sport e disabilità a Catania: una convention che mette al centro diritti, barriere e responsabilità collettiva
Al Rotary Club Catania il presidente del CUS Massimo Oliveri racconta come lo sport possa trasformare fragilità in opportunità e chiede reti e formazione.
Il cuore della serata organizzata dal Rotary Club Catania è stato un principio semplice e al tempo stesso radicale: lo sport come strumento di inclusione per le persone con disabilità. L'intervento del presidente del CUS Catania, Massimo Oliveri, ha acceso il dibattito su diritti, progettazione degli spazi e responsabilità collettiva, ponendo l'evento come punto di partenza per mettere a fuoco problemi concreti e possibili soluzioni.
La convention: chi c'era e perché
All'incontro, moderato dalla prof.ssa Alessandra Ragusa e introdotto dalla presidentessa del Rotary Club Catania, prof.ssa Bianca Lombardo, hanno preso parola esperti e testimoni: il prof. Giuseppe Musumeci, ordinario di Metodi e didattiche delle attività motorie e delegato del Rettore per il Comitato per lo Sport di Unict, che ha evidenziato il legame tra sport e salute; e la giudice internazionale ed ex ginnasta olimpica Maria Cocuzza, che ha portato la sua esperienza personale sugli spalti e in gara. Il quadro offerto dai relatori ha fornito dati qualitativi e riflessioni utili a comprendere il contesto locale e accademico.
Incidente scatenante: perché parlarne oggi
Il tema emerso con forza è stato che la disabilità non è solo una condizione individuale ma il frutto di un incontro con un ambiente che può essere più o meno accessibile. Oliveri ha messo in chiaro il punto: "Parlare di sport e disabilità significa parlare di diritti, di comunità, di dignità, di partecipazione". L'osservazione ha dato avvio a una riflessione più ampia: molte barriere, dalle architettoniche alle organizzative, continuano a escludere chi vorrebbe praticare attività fisica.
Climax: la crisi nelle strutture e nel sistema di relazioni
Il cuore della critica è stato direzionato verso tre categorie di ostacoli: culturali, architettonici e organizzativi. Oliveri ha sottolineato come una scala possa trasformare una difficoltà motoria in esclusione e come uno spazio non progettato renda vana la volontà di partecipare. Ma ha anche puntato il dito sulle carenze di personale formato, sulla mancanza di dialogo tra famiglie, scuole, associazioni e istituzioni, e sulla scarsa continuità dei percorsi sportivi per le persone con disabilità.
Questa analisi ha portato il tavolo dei relatori a un passaggio stringente: l'inclusione non è un'aggiunta facoltativa, ma una trasformazione del contesto. "L'inclusione non si dichiara, si pratica", ha affermato Oliveri, ribadendo che non è la persona con disabilità a doversi adattare sempre, ma è la società che deve farsi capace di accogliere la pluralità dei corpi e delle abilità.
Pratiche che funzionano: il CUS e l'Università come laboratorio
Nella parte propositiva dell'intervento, Oliveri ha raccontato l'esperienza del CUS Catania e del CInAP (Centro per l'Inclusione Attiva e Partecipata), auspicando che l'università non sia solo luogo di formazione teorica ma anche laboratorio pratico per ricerca su tecnologie assistive, accessibilità, pedagogia dello sport e formazione di tecnici. Progetti già avviati per studenti con disabilità dell'Università di Catania sono stati citati come esempi concreti di come si possano costruire percorsi sostenibili e replicabili.
Il messaggio chiave è che lo sport universitario può offrire continuità, mettere in relazione energie giovanili, competenze e strutture, e diventare un presidio in cui la persona con disabilità non è ospite occasionale ma parte integrante della comunità sportiva.
Risoluzione: rete, formazione e responsabilità collettiva
Il finale della serata ha virato verso proposte concrete e responsabilità condivise. Oliveri ha invitato a costruire una rete in cui la scuola segnali, l'università formi, le associazioni accolgano, le istituzioni sostengano e il mondo sanitario orienti. Il ruolo del Rotary è stato indicato come esempio di come le reti civiche possano sostenere iniziative di lungo periodo, superando il ricorso episodico al volontariato.
È emerso con chiarezza che l'inclusione non è sinonimo di abbassamento della qualità: al contrario, lo sport inclusivo è «più maturo, più consapevole, più umano». Le richieste concrete rivolte alle istituzioni sono state: investimenti per l'accessibilità degli impianti, programmi di formazione per tecnici e operatori, percorsi sportivi continuativi e politiche di coordinamento tra i diversi attori territoriali.
Visibilità e cambiamento culturale
Un ulteriore aspetto messo in luce è la forza della visibilità positiva generata dallo sport. Partecipare significa affermare un diritto a esserci e a competere, non a essere compatiti. Nel racconto degli intervenuti, la pratica sportiva emerge come una leva per ripensare il valore della prestazione, la definizione del limite e il riconoscimento delle capacità individuali.
La discussione al Rotary Club Catania ha dunque delineato un percorso che va oltre la singola iniziativa: serve una trasformazione culturale e strutturale per fare dello sport un veicolo reale di cittadinanza per le persone con disabilità. Le esperienze raccontate e le proposte avanzate suggeriscono una road map di azioni praticabili, ma richiedono impegno costante e coordinamento tra università, istituzioni e società civile.
La serata si è chiusa con la consapevolezza che il cambiamento è possibile se chi sta attorno alla persona con disabilità accetta di cambiare a sua volta: "Il bello dello sport è che non cambia soltanto la persona con disabilità, ma anche chi le sta intorno", ha ricordato Oliveri, tracciando la linea di lavoro per i prossimi mesi.
Fact Check
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Verificato il: 10 giugno 2026