Il palazzo Riccio di San Gioacchino: storia, barocco e rinascita di un edificio trapanese
Dal XV secolo alle aule del liceo: il palazzo Riccio di San Gioacchino racconta trasformazioni architettoniche, ferite della guerra e una vita pubblica che custodisce memorie artistiche e stemmi di famiglia.
Nel cuore di Trapani, tra via Turretta e corso Vittorio Emanuele, si staglia il palazzo Riccio di San Gioacchino, una dimora che è al tempo stesso testimone e protagonista di secoli di storia. La sua vicenda comincia nel Quattrocento, quando l'edificio venne edificato: è qui l'incidente scatenante della nostra storia, un manufatto che, da subito, promette di attraversare i tempi, raccogliendo aggiunte, sovrapposizioni e segni di potere familiare.
La prima grande trasformazione arriva nel Cinquecento, quando la facciata si adatta alla Rua Grande e compare il caratteristico portale in stile catalano. Fu in quel momento che i baroni Riccio di San Gioacchino e gli Arcodaci impressero il loro segno sulla dimora: stemmi, lapidi e scelte architettoniche pensate per celebrare una genealogia. In queste fasi iniziali si definisce l'anima del palazzo, un luogo che ambisce a essere tanto residenza quanto manifesto di prestigio.
Il secolo successivo porta nuove metamorfosi. Il Seicento aggiunge slancio barocco, visibile soprattutto nell'importante balcone che adorna l'ingresso, mentre nel Settecento l'intervento di Andrea Giganti imprime al prospetto un volto tardo-barocco. È il momento del climax: i balconi del piano nobile, riccamente decorati dalla mano attribuita a Giganti, trasformano il palazzo in un palcoscenico di decorazioni e volute. È qui che l'edificio mostra tutta la sua capacità di reinventarsi, andando oltre la funzione abitativa per diventare espressione artistica.
Le mura non custodiscono soltanto pietra e stucco: al secondo piano si trova l'appartamento gentilizio, un ambiente dove lapidi, stemmi e un tempo affreschi e maioliche narravano la grandezza familiare. Il salone principale ospitava un affresco con l'allegoria della Virtù coronata: Mercurio con lo scudo decorato dalla Trinacria, Apollo sul carro, Muse e figure delle arti - pittura, scultura, architettura - in un corteo di simbologie. Di quel ciclo, però, resta oggi solo una memoria parziale: il soffitto finemente affrescato da Domenico La Bruna è in gran parte perduto o ridipinto, così come non si è conservato il pavimento maiolicato che un tempo completava la scena.
L'architettura dello spazio interno
Il palazzo è organizzato su quattro elevazioni e si apre attorno a un cortile che racconta con precisione la sua fisionomia sociale. I portici su tre lati, con arcate ribassate nei due ordini inferiori e a tutto sesto nel terzo, scandiscono lo spazio con ritmo classico. Nella chiave dell'arco centrale, opposta all'ingresso, campeggia lo stemma della famiglia: un piccolo monito araldico che ricorda la radice privata del luogo. La pavimentazione ad acciottolato e la fontana di marmo sul fondo contribuiscono a un'immagine di solennità domestica, mentre lo scalone a due rampe conduce ai piani superiori, dove si svolgevano la vita e il rappresentamento sociale.
I singoli piani del palazzo raccontano variazioni stilistiche e gerarchie: il primo piano mostra balconi con balaustre a colonnine e mostre a bugne; il secondo piano si distingue per mensole a volute e inferriate a petto d'oca. La descrizione degli elementi non è mero ornamento: ogni dettaglio — dalle mensole alle inferriate — è indice di un linguaggio sociale che comunicava ricchezza, rete di relazioni e appartenenza a un ceto dirigente.
Una delle parti più suggestive è la torre: alta, isolata, ricorderebbe una delle cinque torri ricorrenti nello stemma civico di Trapani. Oggi questo ambiente è destinato ad archivio storico dei proprietari, un luogo dove documenti e memorie vengono conservati, legando così l'edificio alla sua funzione di custode del passato.
Il corso degli eventi non risparmia il palazzo. Durante la Seconda guerra mondiale l'edificio subisce i bombardamenti che colpiscono la città: è un momento di ferita collettiva e personale per la dimora, che perde parte dei suoi decori e vede alterata la propria integrità. La guerra rappresenta il punto di massima tensione nella narrazione: ciò che era stato costruito con cura e patrocinio rischia di essere cancellato da forze esterne e distruttive.
Negli anni successivi, la storia privata si intreccia a quella pubblica. Nel 1980 la famiglia Riccio di San Gioacchino vende il palazzo alla Provincia di Trapani, segnando una svolta decisiva: il luogo cessa di essere esclusivo privilegio privato per diventare bene pubblico. Da questo passaggio nasce la fase di risoluzione della vicenda narrativa: l'edificio viene riadattato e oggi ospita alcune classi distaccate del liceo scientifico Vincenzo Fardella, restituendo al palazzo una nuova vita fatta di studio, quotidianità e presenza giovanile.
Questa trasformazione non è una perdita di dignità ma una forma di continuità: i corridoi che un tempo echeggiavano passi nobili ora accolgono il vociare degli studenti, e gli stemmi lungo i camminamenti dialogano con zaini e quaderni. Il palazzo resta luogo di memoria, anche se molte delle sue decorazioni rococò sono andate perdute o rimaneggiate. La presenza della scuola garantisce manutenzione e fruizione pubblica, mentre l'archivio nella torre conserva tracce della storia familiare che ha attraversato i secoli.
La storia del palazzo Riccio di San Gioacchino è, in fondo, la storia di Trapani: stratificazioni architettoniche, potere aristocratico, ferite della guerra e una riconversione civile. Camminando sul suo acciottolato, osservando le mensole volute e i balconi di Andrea Giganti, ci si rende conto che gli edifici non sono meri oggetti, ma narrazioni in pietra. La loro sopravvivenza dipende dalla capacità di adattarsi, conservare memorie e trovare nuove funzioni — esattamente ciò che questo palazzo continua a compiere, giorno dopo giorno.