La Pietra del Malconsiglio: il macigno che custodisce un episodio di sangue e memoria
Un cilindro di pietra lavica, consumato dal tempo, che nel 1516 divenne testimone muto di tradimento e carneficina: la storia, le ipotesi sulle origini e il viaggio della Pietra del Malconsiglio nella Catania moderna.
Quando, nel 1516, la città di Catania si trovò al crocevia di una successione dinastica e di conflitti interni, nessuno poteva immaginare che un semplice blocco di pietra lavica avrebbe finito per incarnare il ricordo di quel tragico episodio. La Pietra del Malconsiglio, un macigno lavorato a cilindro, rimase impassibile mentre intorno a lei si consumavano accordi, tradimenti e una strage che avrebbe scolpito il suo nome nella memoria cittadina.
Descrizione e origine
Il manufatto è un cilindro di pietra lavica molto porosa, lievemente svasato alle estremità e con un bordo a toro lungo i lati. Presenta vistosi segni di logoramento — dovuti soprattutto alle acque pluvie — e una grossa scheggiatura, forse l'esito di un trauma da impatto. Le misure, registrate anche dall'abate Francesco Ferrara, sono indicative: circa 92 cm di altezza e 106 cm di diametro maggiore, con una circonferenza della faccia superiore di oltre 3 metri.
L'origine del manufatto resta incerta e avvolta da ipotesi: è spesso identificato come un capitello dorico in pietra lavica, sebbene la sua forma non corrisponda esattamente ai canoni dorici. Alcuni studiosi propongono invece una singolare interpretazione nello stile tuscanico, o addirittura suggeriscono che potesse essere l'altare di Bacco del Teatro Antico. L'uso massiccio della pietra lavica a Catania è attestato solo a partire dal periodo repubblicano, forse dopo le eruzioni del 122-121 a.C., dato che può offrire un possibile terminus post quem per la datazione del blocco.
Il manufatto sembra appartenere a una più ampia gamma di resti architettonici di un grande edificio pubblico dell'antica città: si parla di un grosso frammento di architrave quadrangolare, simile nelle misure, oggi scomparso. L'ubicazione originaria lascia supporre che la pietra facesse parte del tessuto urbano romano, vicino al limite settentrionale dove si trovava l'anfiteatro e le necropoli.
Il fatidico appuntamento del 1516
Il vero episodio che consegnò alla pietra il nome di Malconsiglio ha radici politiche. Con la morte di Ferdinando il Cattolico il 23 gennaio 1516, la Sicilia dovette affrontare la transizione di potere verso Carlo d'Asburgo. In questo clima di incertezza, il viceré uscente Ugo di Moncada, sostenuto dalla nobiltà locale, rifiutò di cedere il potere: i nobili speravano di ottenere concessioni e maggiore autonomia.
A Catania, i principali sostenitori di Moncada — Cesare Gioeni, Girolamo Guerrera e Blasco Lanza — si radunavano al Piano dei Trixini, vicino all'area dove oggi sorge l'incrocio dei Quattro Canti. Fu lì che, per un tradimento, una spia rivelò il luogo dell'appuntamento: i ribelli trovarono ad attenderli i soldati del nuovo viceré, Ettore Pignatelli, e la riunione si trasformò in una strage. Altri sospetti furono impiccati pubblicamente il 10 marzo 1517 al Piano delle Forche, approssimativamente nell'area dell'attuale piazza Cavour.
Dopo i fatti, la pietra, ancora macchiata dal sangue degli uccisi, venne esposta in piazza come monito contro la città e i cospiratori. Fu così che il blocco cominciò a essere chiamato con disprezzo e memoria insieme: la Pietra del Malconsiglio, poiché «consigliò male» chi vi si diede appuntamento.
Dalle piazze al museo: il lungo percorso della pietra
La vita pubblica del manufatto dopo il 1516 è fatta di spostamenti e utilizzi simbolici. Un frammento di architrave, probabilmente collegato alla stessa struttura originaria, fu persino usato per fustigare gli insolventi presso l'antica Loggia, sede del senato civico. La pietra stessa venne trasferita più volte: da un primo collocamento in piazza Manganelli fino ai Quattro Canti nel 1872, presumibilmente per riportarla nell'area dove un tempo era visibile.
Per secoli rimase in un angolo del secondo cortile del Palazzo Paternò Castello di Carcaci, fino al 2009, quando fu nuovamente spostata all'ingresso del Museo Civico nel Castello Ursino, decorata con piccole composizioni floreali. Il manufatto subì però l'abbandono e atti di inciviltà: il giardinetto decorativo fu divelto e la pietra rimase per un periodo 'anonima' agli occhi dei passanti.
La svolta nel riconoscimento pubblico arrivò il 28 maggio 2013, quando una scuola di Librino, grazie a fondi POR, donò alla città una targa commemorativa con una breve storia del reperto. Dall'autunno del 2014 la pietra è conservata nell'androne occidentale del Palazzo degli Elefanti, collocazione che la sottrae alla intemperie e la ricolloca nel circuito della memoria civica.
La vicenda della Pietra del Malconsiglio è un esempio di come un oggetto materiale possa diventare testimone e simbolo: di potere e tradimento, ma anche di come la memoria pubblica si costruisce, si perde e si riconquista. Il macigno porta con sé strati di storia — dall'ipotesi di un uso architettonico antico alle drammatiche stagioni del XVI secolo — e oggi interpella la città su come preservare e raccontare il proprio patrimonio.
Rimane, infine, la domanda sulle origini esatte della pietra: capitello, altare o elemento di altro uso? La sua forma singolare e i limiti delle fonti impongono cautela ma invitano anche a ulteriori ricerche. Finché quelle ricerche non sbroglieranno del tutto il filo, la Pietra del Malconsiglio continuerà a essere, con la sua porosità e le sue scheggiature, memoria palpabile di un episodio che trasformò un oggetto in simbolo pubblico.