San Cataldo a Palermo: le cupole rosse e la storia ritrovata

Dalla fondazione di Maione da Bari al restauro ottocentesco di Patricolo, la chiesa di San Cataldo è un palinsesto dell'Itinerario Arabo‑Normanno: memorie scolpite, cupole rosse e stratificazioni urbane.

20 febbraio 2026 18:00
San Cataldo a Palermo: le cupole rosse e la storia ritrovata - Foto: Matthias Süßen/Wikipedia
Foto: Matthias Süßen/Wikipedia
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Nel profilo storico di Palermo, tre cupole rosse spuntano come una firma antica: la chiesa di San Cataldo, eretta nel XII secolo, è un piccolo ma potente simbolo normanno. Collocata nei pressi di piazza Bellini, la sua immagine viene ripetuta, decennio dopo decennio, nelle guide e nelle cartoline che cercano di raccontare la città medievale.

La vicenda ha un avvio quasi drammatico: la cappella fu fondata da Maione da Bari negli anni in cui era grande ammiraglio (circa 1154–1160) e, dopo l'assassinio dell'ammiraglio, passò per vicissitudini di proprietà che la legarono a famiglie e istituzioni. È in questa fase che compare una traccia umana che ancora si legge sulle pareti interne: la sepoltura della piccola Matilda, morta nel 1161, testimoniata da un'iscrizione ancora visibile vicino all'ingresso:

EGREGI COMITIS SILVESTRI NATA MATILDIS / NATA DIE MARTIS, MARTIS ADEMPTA DIE / VIVENS TER TERNOS HABUIT MENSES OBIITQUE / DANS ANIMAM COELIS, CORPUS INANE SOLO / HAEC ANNIS DOMINI CENTUM UNDECIES SEMEL UNO / ET DECIES SENIS HAC REQUIEVIT HUMO

Questa iscrizione non è solo un record di lutto: è un segno tangibile di come la chiesa sia stata luogo di storie private che si sovrappongono alle grandi vicende politiche.

L'architettura: tra oriente e occidente

Allo sguardo, San Cataldo è un equilibrio di riferimenti: l'esterno mostra un paramento in arenaria rigido e severo, alleggerito da archi ciechi e ghiere traforate di chiara influenza islamica, mentre in alto si stagliano con forza le tre calotte emisferiche, lisce e rialzate. L'impianto con la sequenza in asse di tre cupole suggerisce un dialogo con modelli pugliesi e orientali, e la titolazione a San Cataldo — vescovo di Taranto — trova una spiegazione plausibile proprio nella provenienza pugliese del fondatore.

L'interno mantiene la compattezza: tre corte navate divise da colonne, con la navata centrale scandita dalla ritmica successione delle piccole cupolette. La pavimentazione a tarsie marmoree e lastre di porfido e serpentino, pur integrata da restauri, conserva una conformazione che racconta la cura per i materiali e il prestigio dell'ambiente sacro.

Nel corso dei secoli, però, la chiesa subì una sorta di fagocitazione urbana: costruzioni laterali, riassetti del piano del Pretore e la realizzazione della via Maqueda la inglobarono in nuovi corpi di fabbrica, nascondendone spesso la consistenza originaria. Nel 1679 l'arcivescovo di Monreale Giovanni Roano promosse la «ristorazione e gli abbellimenti», un segno che anche allora si cercava di conciliare uso e decoro.

L'Ottocento segnò una svolta contraddittoria: l'architetto Alessandro Emmanuele Marvuglia incluse la chiesa in una struttura neoclassica destinata alla nuova sede della Regia Posta, e la cappella arrivò persino a ospitare uffici, con la Posta che utilizzò gli spazi per la distribuzione della corrispondenza. Fu una trasformazione funzionale che mascherò l'antico volto normanno sotto nuovi intonaci e spazi amministrativi.

Il vero momento di svolta — il climax della storia architettonica — arrivò con il restauro guidato da Giuseppe Patricolo (1882–1885). Il suo progetto mirava al totale ripristino stilistico: liberare la chiesa dagli appoggi laterali, ricomporre la lettura dell'edificio e restituire una fisionomia «originaria». Fu allora che venne applicato l'intonaco di colore rosso scuro sulle cupole, una soluzione ottocentesca che oggi è diventata parte dell'immagine consolidata dell'edificio, ma che non corrisponde necessariamente a una cromia medievale originale. L'azione di Patricolo restituì alla città un monumento «nudo», forse più coerente con l'immaginario del tempo che con ogni certezza storica.

Il Novecento proseguì la storia di cura e trauma. Nel 1937 i Cavalieri del Santo Sepolcro acquisirono la chiesa e promossero un restauro che riposizionò colonnine marmoree negli alveoli delle absidi e chiuse le finestre con infissi a transenna; una lapide interna ricorda quell'intervento. Durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti del 1943 danneggiarono gli edifici prospicienti via Maqueda; la successiva demolizione del 1948 aprì uno slargo che permise di mettere in luce un frammento delle mura puniche ai piedi del basamento, un ulteriore strato della lunga stratificazione urbana.

Oggi la chiesa è affidata alla Luogotenenza d'Italia per la Sicilia dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e resta aperta al pubblico. Il suo ruolo come immagine-testimoniale dell'epoca normanna è sancito anche dal riconoscimento internazionale: dal 3 luglio 2015 San Cataldo fa parte del patrimonio dell'umanità UNESCO nell'ambito dell'"Itinerario Arabo‑Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale".

San Cataldo si offre così come un palinsesto: ogni epoca ha lasciato il suo segno, dal sepolcro di Matilda alle trasformazioni postali, dal restauro ottocentesco alla pulizia museale del Novecento. La chiesa racconta la difficile misura tra restauro e memoria, tra l'esigenza di rendere leggibile un monumento e il rischio di riscriverne l'aspetto. Camminando sotto le sue cupole, si percepisce quel dialogo sospeso tra stratificazioni e identità che rende Palermo, nelle sue architetture, così inevitabilmente affascinante.

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