Vent'anni dopo: l'arresto di Bernardo Provenzano che sgretolò la vecchia mafia

L'11 aprile 2006 la cattura di Provenzano segnò il crollo della vecchia Cosa Nostra; indagini su pizzini, pedinamenti e polemiche su Renato Cortese.

A cura di Redazione
10 aprile 2026 11:55
Vent'anni dopo: l'arresto di Bernardo Provenzano che sgretolò la vecchia mafia -
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11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza, fu arrestato Bernardo Provenzano, l'ultimo «capo dei capi» di Cosa Nostra. La cattura, eseguita dalla Squadra Mobile di Palermo guidata da Renato Cortese, rappresentò una svolta che contribuì al disfacimento della vecchia organizzazione mafiosa che per decenni aveva gestito traffici, appalti e rapporti con la politica.

Le indagini e la cattura

La caccia a Provenzano si basò su anni di lavoro d'intelligence tradizionale: pizzini, intercettazioni e lunghi pedinamenti. Non c'erano pentiti comparabili a quelli che avevano aiutato la cattura di Totò Riina nel 1993; l'individuazione del nascondiglio fu il frutto della tenacia di investigatori che studiarono segnali e collegamenti fino a risalire a Contrada Cavalli a Corleone.

L'11 aprile del 2006 Cortese e la sua squadra irruppero nella stalla dove Provenzano si nascondeva. Il boss si arrese subito. Nell'ambiente furono trovati la macchina da scrivere e decine di pizzini che documentavano affari, appalti ed estorsioni; il ritrovamento dei resti dell'ultimo pasto (ricotta e cicoria) divenne immagine simbolo di quell'arresto.

La cattura si inserisce in un quadro più ampio: le grandi inchieste della Procura di Palermo e le indagini di polizia e carabinieri che, dopo le stragi e il Maxiprocesso, avevano progressivamente colpito i vertici di Cosa Nostra e indebolito la sua capacità di comando.

Piste mancate e contrasti tra le forze dell'ordine

La storia della latitanza di Provenzano è anche segnata da occasioni perdute. Nel 1995 il pentito Luigi Ilardo segnalò un incontro a Mezzojuso che avrebbe dovuto portare a Provenzano: secondo il colonnello Michele Riccio, allora del ROS, l'intervento non avvenne per motivi rimasti poco chiari, e il destino del blitz generò sospetti e polemiche.

Un'altra occasione mancata è del 2001: la Squadra Catturandi di Cortese fece irruzione in una masseria di Mezzojuso senza trovare il boss, arrestando invece due fedelissimi. Quel mancato colpo innescò un duro scontro tra polizia e carabinieri, con accuse reciproche sulla gestione delle piste investigative.

Nonostante questi passaggi critici, l'azione lunga e quotidiana degli investigatori portò infine alla individuazione del nascondiglio e all'arresto che chiuse una stagione di latitanze pluridecennali.

Il dopo: meriti investigativi e polemiche giudiziarie su Renato Cortese

A Cortese va riconosciuto il ruolo centrale nell'operazione: la sua tenacia e capacità investigativa sono celebrate come decisive per la cattura di uno dei più ricercati boss italiani. Tuttavia, la carriera del dirigente è stata poi segnata da una lunga Odissea giudiziaria.

Dopo aver ricoperto ruoli di vertice, compreso quello di questore a Palermo, Cortese è stato inquisito e in parte condannato per fatti connessi all'arresto e all'espulsione della moglie di un presunto dissidente kazako a Roma, un provvedimento eseguito sulla base di ordini delle autorità centrali (Procura di Roma, prefettura, ministero dell'Interno). I procedimenti hanno prodotto sentenze contrastanti: condanne in primo grado, assoluzioni in secondo grado e successivi verdetti di nuovo sfavorevoli, con il pubblico ministero che in appello aveva talvolta chiesto l'assoluzione. Restano dubbi e polemiche sul fatto che i “mandanti” delle ordinanze non siano stati indagati con la stessa determinazione riservata agli esecutori.

Vent'anni dopo, la cattura di Provenzano è ricordata come punto di rottura della cosiddetta vecchia mafia: una mafia che aveva seminato stragi e controllato porzioni rilevanti dell'economia e della politica. Il risultato di quel giorno del 2006 rimane inoltre un monito sulla complessità delle indagini contro le organizzazioni criminali e sulle tensioni che, talvolta, attraversano le stesse istituzioni chiamate a contrastarle.

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