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Droga nascosta in salsiccia e calamari: 19 arresti nell'inchiesta 'Oltre al Villaggio' a Catania
Droga nascosta in salsiccia e calamari: 19 arresti nell'inchiesta 'Oltre al Villaggio' a Catania
La Mobile di Catania ricostruisce un sistema per introdurre stupefacenti e telefoni nelle carceri, con l'impiego di un avvocato e di un dirigente medico.
La Polizia di Stato di Catania ha ricostruito un sistema di introduzione di stupefacenti e telefoni cellulari all'interno di istituti penitenziari siciliani: 19 persone del gruppo catanese collegato al clan Cappello-Bonaccorsi sono state raggiunte da misure cautelari nell'ambito dell'inchiesta denominata 'Oltre al Villaggio'.
L'inchiesta, avviata nel 2022 dopo una sparatoria nella discoteca Ecs Dogana, ha messo in luce un quadro di traffico di droga, numerose sparatorie e contrasti interni al clan, con ripercussioni sulla sicurezza urbana e penitenziaria.
Ricostruzione delle modalità
Secondo la Squadra Mobile, l'avvocato catanese Giancarlo Filippo Maria Puglisi avrebbe svolto il ruolo di corriere durante i colloqui in carcere, portando a termine consegne di sostanze stupefacenti nascoste nella salsiccia al carcere di Agrigento per conto del suo assistito Sebastiano Miano, ritenuto responsabile della gestione degli affari di droga nel quartiere Villaggio Sant'Agata. Il Gip Dorotea Catena definisce Puglisi 'persona di riferimento del clan'.
Gli atti dell'indagine evidenziano che Puglisi si sarebbe fatto nominare difensore di detenuti non per prestare assistenza legale, ma con l'obiettivo di recapitare lo stupefacente, intrattenendo colloqui con affiliati liberi e detenuti finalizzati alla consumazione dell'attività illecita, come annota il Gip. In cambio avrebbe ricevuto pagamenti in denaro o partite di sostanza per uso personale.
Nel corso delle indagini emergono anche tentativi di introdurre dispositivi telefonici: Puglisi avrebbe cercato di recapitare telefoni al carcere di Noto in favore di un altro indagato, Alfredo Blancato, anch'egli raggiunto dalla misura cautelare.
Un altro filone della ricostruzione riguarda un dirigente medico in servizio al carcere di Noto che, approfittando del proprio ruolo, avrebbe fatto entrare nel penitenziario calamari 'imbottiti' di stupefacente. Il medico, al momento, non risulta ancora interrogato dagli inquirenti.
Gli investigatori collegano questi episodi a una prassi organizzata che combinava l'utilizzo di viveri, la complicità di soggetti con accesso alle strutture penitenziarie e la copertura fornita dalla rete esterna del clan. Le misure cautelari hanno coinvolto complessivamente 19 indagati e segnano un passo importante nelle attività di contrasto al traffico interno alle carceri.
L'inchiesta solleva questioni di vulnerabilità delle procedure di controllo nelle visite e nelle forniture ai detenuti e apre alla valutazione di misure di prevenzione più stringenti. Pur riportando i fatti emersi dalle indagini, è opportuno ricordare la presunzione di innocenza per gli indagati fino a eventuale condanna definitiva: le indagini e gli atti giudiziari proseguono.