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Castel Volturno: la Chiesa critica l'ampliamento dei CPR e chiede alternative alla detenzione
Castel Volturno: la Chiesa critica l'ampliamento dei CPR e chiede alternative alla detenzione
A Castel Volturno i vescovi e la Commissione Migrantes lanciano un monito: dignità, diritti e percorsi di inclusione devono precedere la logica del contenimento.
La protesta di Castel Volturno contro il progetto di un Centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) ha riacceso il dibattito nazionale sulle politiche migratorie e sul ruolo della Chiesa come voce pubblica. Alla manifestazione, accanto al vescovo di Caserta e Capua mons. Pietro Lagnese, si è fatto sentire il cardinale Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, che ha chiesto al Governo di fermarsi e di ascoltare il territorio: «Il problema non sono gli immigrati ma le disuguaglianze e le mafie». Queste parole hanno costituito l'incidente scatenante di una riflessione più ampia avviata nelle stesse ore.
Il richiamo della Chiesa
L'intervento più articolato è arrivato da mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes. In una nota richiamata dall'Ufficio Migrantes Sicilia, Lorefice ha messo al centro la dignità umana e la responsabilità delle istituzioni nell'affrontare le migrazioni. La sua critica non è solo formale: contesta l'idea che la detenzione amministrativa possa diventare la risposta privilegiata a un fenomeno complesso.
Mons. Lorefice punta il dito su elementi concreti che hanno alimentato il climax del caso: l'ampliamento dei CPR non sembra accompagnarsi a un proporzionale aumento dei rimpatri, mentre emergono denunce sulle condizioni di vita all'interno delle strutture, sulla difficoltà di accesso all'assistenza sanitaria e sulla sofferenza psicologica delle persone trattenute. Queste segnalazioni sollevano interrogativi sulla compatibilità delle pratiche attuali con i diritti fondamentali.
La nota della Commissione episcopale richiama inoltre la necessità di guardare al contesto sociale in cui si inseriscono queste scelte: territori segnati da lavoro irregolare, marginalità sociale e presenza della criminalità organizzata richiedono politiche che colpiscano lo sfruttamento e gli interessi di chi trae profitto dalla fragilità altrui. La retorica securitaria, avverte Lorefice, rischia di diventare cieca se non affronta le cause strutturali dell'emarginazione.
Un punto ricorrente della riflessione è la priorità della dignità rispetto alla condizione giuridica: la libertà e i diritti fondamentali non devono essere messi in secondo piano rispetto all'efficacia amministrativa. Per la Chiesa, la persona non può essere ridotta a un dato amministrativo; le politiche migratorie devono misurarsi sulla capacità di tutelare il volto concreto di chi ne subisce le conseguenze.
La nota propone anche una strada alternativa alla mera detenzione: interrogarsi sulle opzioni non detentive, investire in percorsi di integrazione, legalità e accompagnamento, e promuovere strumenti che favoriscano il rispetto dei diritti e l'accesso a opportunità. È una richiesta di ripensamento delle scelte politiche, non una fuga dalle domande su sicurezza e legalità.
La presa di posizione dei vescovi campani e di Lorefice ha polarizzato l'attenzione pubblica: da un lato chi sostiene che misure più rigide siano necessarie per il controllo dei flussi; dall'altro chi vede nell'espansione dei CPR il rischio di peggiorare le condizioni di vita e di aumentare la vulnerabilità delle persone. In questo scontro, la Chiesa rivendica il diritto e il dovere di richiamare tutti alla responsabilità e alla tutela dei diritti.
La risoluzione auspicata dalla nota è duplice: chiedere alle istituzioni di fermarsi e valutare alternative praticabili, e sollecitare la società civile a non abituarsi all'indifferenza. La Chiesa, pur non sostituendosi ai poteri pubblici, esercita la sua funzione di coscienza e invoca una politica delle migrazioni che coniughi sicurezza, legalità e rispetto della persona.
Lo sviluppo del caso resterà una cartina di tornasole per misurare se il Governo e le istituzioni locali sapranno ascoltare il territorio e rispondere con misure che riducano lo sfruttamento e promuovano inclusione, o se prevarrà una gestione centrata sul contenimento. La parola dei vescovi rilancia una domanda aperta: quale equilibrio fra controllo e tutela dei diritti garantisce davvero sicurezza a una comunità?
La manifestazione di Castel Volturno e la nota di mons. Lorefice hanno riaperto il dibattito pubblico sul rapporto tra politiche migratorie, dignità umana e contrasto alle disuguaglianze. È una sfida che coinvolge istituzioni, forze dell'ordine, operatori sociali e comunità: la posta in gioco è il modo in cui la società italiana intende coniugare legalità, sicurezza e rispetto delle persone più vulnerabili.
Fact Check
Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.
Fonte:
Verificato il: 27 ottobre 2026