Il palazzo palermitano che custodisce un volto che ti fissa da cinque secoli senza lasciarti più

Palazzo Abatellis alla Kalsa, gotico-catalano del 1495: Galleria Regionale con Annunciata di Antonello, Trionfo della Morte e allestimento capolavoro di Carlo Scarpa.

13 febbraio 2026 12:00
Il palazzo palermitano che custodisce un volto che ti fissa da cinque secoli senza lasciarti più - Foto: CarlesVA/Wikipedia
Foto: CarlesVA/Wikipedia
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Un gotico catalano nato per un “maestro del mare”

In via Alloro, spina dorsale della Kalsa, Palazzo Abatellis sembra uno dei tanti fronti severi del quartiere, ma dietro il portale merlato c’è una storia che parte dalla corte aragonese. Francesco Abatellis, lucchese al servizio di Ferdinando d’Aragona, maestro Portolano del Regno e poi Pretore di Palermo, nel 1495 investe le ricchezze accumulate in Iberia per costruire una dimora all’altezza del suo ruolo, affidandosi a Matteo Carnilivari, lo stesso architetto che stava lavorando a Palazzo Ajutamicristo. Ne nasce un edificio gotico‑catalano a pianta rettangolare, con cortile interno, torre angolare, portico e loggiato a due ordini, archi ribassati al piano terra e a tutto sesto al piano superiore: uno dei rari palazzi tardo‑medievali palermitani sfuggiti alla morsa dei rifacimenti barocchi.wikipedia

Rimasto senza eredi, Abatellis destina il palazzo a monastero femminile di “Santa Maria della Pietà”; nel 1526 vi entrano però monache domenicane, non benedettine, che lo snaturano: finestre ridisegnate, colonnine eliminate, cappella nuova addossata al prospetto su via Alloro, ambienti frazionati in celle e corridoi. Quella che doveva essere una casa nobiliare aperta sulla città diventa così un mondo clausurato, soprannominato “monastero del Portolano”, quasi un relitto incastonato tra la Gancia e il mare.wikipedia

Bombe, restauri e la rivoluzione silenziosa di Carlo Scarpa

Nella notte tra il 16 e il 17 aprile 1943, le bombe della seconda guerra mondiale squarciano la Kalsa: l’ala sud‑occidentale di Palazzo Abatellis e la parete della torre ovest crollano, lasciando il complesso in rovina. Nel dopoguerra la Soprintendenza decide di salvarlo e di trasformarlo in Galleria d’arte medievale per ospitare nuclei dispersi: le opere della Pinacoteca dell’Università e quelle confluite al museo Salinas dopo le soppressioni degli enti religiosi del 1866. Mario Guiotto e poi Armando Dillon consolidano, ricostruiscono portico, loggia e grande salone centrale; nel 1953 i lavori strutturali sono finiti, ma il vero salto di qualità arriva quando viene chiamato Carlo Scarpa per l’allestimento.wikipedia

Scarpa interviene come un regista: taglia, incastra, sospende. Disegna basamenti e supporti su misura, apre scorci prospettici, usa la luce naturale dei cortili e dei tagli verticali per far vibrare pietra, legno e pittura. Il percorso museale, inaugurato nel 1954, diventa un’opera d’arte totale, al punto che critici e architetti lo definiscono “uno dei capolavori assoluti della museografia del XX secolo”. I restauri del 2008‑2009, cofinanziati dall’UE, ne rispettano la lezione, aggiungendo solo le nuove sale “verde” e “rossa” ai piani superiori e una terrazza sul tetto, senza tradire il disegno originario.wikipedia

Il cavallo scheletrico che falcia nobili e miserabili

Entrando al piano terra, tra sculture lignee del XII secolo, maioliche a lustro, busti di Gagini e Laurana, la sala che ti cattura è la ex cappella con il grande affresco del “Trionfo della Morte”, proveniente da Palazzo Sclafani. Datato intorno al 1445, occupa un’intera parete: la Morte, su un cavallo scheletrico lanciato al galoppo, irrompe in un giardino aristocratico e abbatte giovani, cavalieri, dame eleganti, dopo avere già falciato papi, vescovi e re che giacciono in basso, ammucchiati come stracci. A sinistra, un gruppo di poveri e storpi invoca la Morte perché li liberi dalle sofferenze, ma lei li ignora, quasi per beffa.wikipedia

Scarpa lo colloca isolato, con luce dall’alto: niente cornici pesanti, solo una lama di chiaro che esalta la crudezza dei dettagli – frecce conficcate nei corpi, espressioni di stupore congelate, cavallo che diventa solo muscoli e ossa. In quella sala il brusio dei visitatori si abbassa da solo: è uno di quei momenti in cui Palermo medievale ti guarda in faccia e ti ricorda che il potere, la bellezza, i privilegi non valgono nulla di fronte alla falce.wikipedia

Lo sguardo magnetico che tiene in ostaggio chi entra in sala X

Salendo al primo piano arrivi nella stanza più famosa, la sala X, progettata come una sorta di scrigno per l’“Annunciata” di Antonello da Messina. Il piccolo dipinto del XV secolo, considerato un’icona del Rinascimento italiano, è appeso da sola su una parete neutra: la Vergine è colta nell’istante preciso in cui percepisce la presenza dell’angelo, che non vediamo. Il manto azzurro disegna un trapezio perfetto, la mano alzata sembra fermare qualcosa – una parola, una notizia, un destino – e gli occhi, magnetici, ti agganciano ovunque tu ti sposti nella sala.wikipedia

Ai lati, come eco discreta, le tavole con i “Dottori della Chiesa” – cuspidi superstiti di un polittico smembrato – ampliano il coro di voci intorno a quel silenzio sospeso. Nel resto del piano, una teoria di capolavori racconta la continuità e le fratture della pittura in Sicilia: l’“Ultima Cena” del catalano Jaume Serra, la “Madonna dell’umiltà” di Bartolomeo Camulio, l’“Incoronazione della Vergine” di Riccardo Quartararo, croci dipinte nel “Salone delle croci” che portano ancora addosso l’odore delle chiese da cui vengono.wikipedia

Fiamminghi miniaturisti, van Dyck tra peste e Rosalia, e il Seicento caravaggesco

Nella sala XIII, dedicata ai fiamminghi, il “Trittico Malvagna” di Jan Gossaert detto Mabuse è un microcosmo minuzioso: Madonna col Bambino tra angeli, Santa Caterina d’Alessandria e Santa Dorotea, il tutto in una scala quasi miniaturistica, con sul retro lo stemma dei Lanza. Poco distante, la “Deposizione” di Jan Provost avvolge la scena in una luce nordica che sembra un anticipo del Seicento.wikipedia

Le nuove sale verde e rossa raccontano il tardo manierismo siciliano, la Controriforma e poi il realismo seicentesco: San Francesco e l’“Estasi di Santa Caterina” di Filippo Paladini, poi una sfilata di tele caravaggesche. Nella sala rossa spiccano Simon Vouet con “Sant’Agata in carcere visitata da san Pietro”, Battistello Caracciolo con “Amore dormiente” e, soprattutto, Antoon van Dyck, che a Palermo durante la peste del 1624 inventa un’iconografia destinata a segnare la città. La sua “Santa Rosalia incoronata dagli angeli”, insieme alla “Madonna col Bambino” e al “Compianto”, influenza profondamente Pietro Novelli, rappresentato da capolavori come “Mosè”, “Incoronazione di San Casimiro”, “San Pietro liberato dal carcere” e la “Comunione di Santa Maria Maddalena”.wikipedia

A chiudere il percorso, la linea più marcatamente barocca con Mattia Preti, Agostino Scilla, Luca Giordano, Ribera, Stomer, Vaccaro: crocifissi lacerati, Maddalene dolenti, santi che sfogliano libri in penombra. In mezzo, gioielli come la Sfera d’oro, ostensorio seicentesco in oro, argento dorato, smalti e diamanti, e bozzetti, disegni e stucchi che riportano in vita Giacomo Serpotta, questa volta su carta e terracotta.wikipedia

Palazzo vivo tra cortile, logge e silenzi

Una delle magie di Palazzo Abatellis è che non ti fa mai dimenticare di essere in un edificio concreto: le scale scoperte che si fronteggiano nel cortile, il loggiato a due ordini, le trifore del piano nobile, le torri merlate con gli stemmi Patella‑Abatellis sopra il portale. Scarpa non li nasconde, li usa: ti spinge fuori e dentro, dalla pietra alla tela, dal vuoto del cortile alle sale dense. Così la Galleria Regionale non è solo “un museo con quadri importanti”, ma un racconto continuo – dall’Abatellis portolano alle monache, dalle bombe del ’43 agli allestimenti del ’54 – che tiene insieme architettura, storia e sguardi.wikipedia

Chi esce, spesso, torna indietro un attimo nella sala dell’Antonello: per verificare se davvero quegli occhi continuano a seguirlo. Ed è lì che si capisce perché così tanti considerano questo non solo un museo, ma un’esperienza che ti rimane addosso.wikipedia

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