La fontana dell’Elefante al centro di piazza Duomo di Catania tra fede e leggenda in un solo colpo d’occhio

Al centro di piazza Duomo, la fontana dell’Elefante di Vaccarini unisce pietra lavica, obelisco “egittizzante” e leggende su u Liotru, simbolo identitario di Catania.

03 febbraio 2026 18:00
La fontana dell’Elefante al centro di piazza Duomo di Catania tra fede e leggenda in un solo colpo d’occhio - Foto: Roberto Quartarone/Wikipedia
Foto: Roberto Quartarone/Wikipedia
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Un elefante nato dalla ricostruzione

Dopo il terremoto del 1693, Catania è un cantiere aperto: palazzi, chiese, prospetti nuovi per cancellare le ferite e dare un ordine barocco alla città “semprerifiorente”. In questo scenario, tra il 1735 e il 1737 l’architetto palermitano Giovanni Battista Vaccarini progetta la fontana dell’Elefante, incastonandola nel cuore di piazza Duomo come fulcro scenografico tra cattedrale, Palazzo degli Elefanti e Palazzo dei Chierici. L’idea è chiara: riutilizzare una strana statua in pietra lavica, già da secoli legata alla città, e costruirle attorno un monumento “alla romana”, capace di parlare tanto al popolo quanto ai nobili che guidano la ricostruzione.etnanatura

Il basamento in marmo bianco, con vasca inferiore ottagonale, raccoglie l’acqua che sgorga da getti disposti intorno al piedistallo, mentre due figure allegoriche rappresentano i fiumi Simeto e Amenano, anima liquida della pianura e della città sotterranea. Sopra, l’elefante di basalto nero – di epoca incerta, ma già famoso nel Medioevo – viene restaurato da Vaccarini dopo il crollo del 1693: le zampe posteriori, frantumate dal sisma, sono rifatte, gli occhi e le zanne in pietra calcarea gli danno quell’aria quasi sorridente che i catanesi riconoscono a colpo d’occhio. La proboscide è rivolta verso la cattedrale di Sant’Agata, un segno che diventa gesto di protezione verso la santa patrona e verso l’intera comunità.citymapsicilia

Obelisco “egittizzante” e simboli di sant’Agata

Sulla schiena del Liotru, Vaccarini fa innestare un obelisco in granito alto circa 3,66 metri, probabilmente proveniente da Syene e forse utilizzato anticamente come meta nel circo romano di Catania. Non è un vero obelisco geroglifico: non ci sono iscrizioni leggibili, ma motivi decorativi di gusto egizio che rimandano a un Oriente immaginato, molto in linea con la moda antiquaria del Settecento. In cima, un globo sormontato da una corona composta da una palma (martirio) e da gigli (purezza), e ancora sopra una piccola tavoletta metallica con l’acronimo “MSSHDEPL” – “Mente sana e sincera, per l'onore di Dio e per la liberazione della sua patria” – prima della croce finale.italianlimitededition

Sui fianchi dell’elefante cade una gualdrappa marmorea, lavorata con stemmi che richiamano Sant’Agata, intrecciando per sempre il destino del monumento con quello della patrona. In questo gioco di segni, la fontana diventa un condensato di tre mondi: la pietra lavica e l’elefante rimandano a un passato remoto tra dominazioni cartaginesi o bizantine; l’obelisco parla di un Egitto filtrato dalla cultura barocca europea; il coronamento cristiano e l’iscrizione agatina ancorano tutto alla Catania cattolica che rinasce dopo il terremoto.wikipedia

Tra restauri, progetti mancati e difesa popolare

Nel tempo, la fontana è tutt’altro che un oggetto immobile: nel 1757 viene ristrutturata per la prima volta, con l’aggiunta di una vasca che ne accentua la monumentalità. Nel 1826 una cancellata in ferro e un piccolo giardino racchiudono il complesso, segnando il perimetro del “salotto buono” di piazza Duomo, dove il monumento diventa centro di un’area quasi protetta. Dopo l’Unità d’Italia, arriva persino l’idea di spostare la fontana in piazza Palestro: il 30 maggio 1862, però, una sommossa guidata da Bonaventura Gravina blocca il trasferimento, segno tangibile di quanto i catanesi si riconoscano ormai in quel pachiderma di pietra.lanostrasicilia.weebly

Nel Novecento ci sono due interventi chiave: nel 1905 viene realizzata una seconda vasca, mentre nel 1998 la cancellata e il giardino vengono rimossi per restituire la fontana alla fruizione diretta, con gradoni su cui oggi ci si può sedere, trasformando il monumento in un luogo da vivere più che solo da guardare. Restaurata più volte per contrastare smog, erosione e problemi statici, la fontana è ormai al centro di una tutela costante, anche perché piazza Duomo fa parte del sito UNESCO “Città tardo barocche del Val di Noto”.digitalhistory.unite

Eliodoro, magie, meridiane: il mito di u Liotru

Attorno all’elefante è fiorito un universo di leggende. La più famosa lega il nome “Liotru” alla storpiatura di Eliodoro, un nobile catanese che, secondo la tradizione popolare, avrebbe tentato invano di farsi eleggere vescovo e, caduto in disgrazia, sarebbe diventato un mago negromante. Si racconta che Eliodoro abbia scolpito l’elefante dalla lava dell’Etna e che fosse capace di animarlo e cavalcarlo, viaggiando su e giù tra Catania e Costantinopoli come su un cavallo di fuoco. Per questo, il popolo avrebbe chiamato la statua “u cavaddu di Liotru”, poi semplificato in “u Liotru”, mentre la Chiesa avrebbe condannato il mago e cercato di far sparire la scultura, senza riuscire a cancellare l’affetto dei catanesi.sicilyseashell

Accanto a queste storie, la ricerca storica ha proposto spiegazioni più sobrie. Già il geografo arabo al-Idrisi, nel XII secolo, parla di un elefante in pietra lavica all’interno delle mura, ipotizzando un’origine cartaginese o bizantina e ricordando come i catanesi considerassero la statua una sorta di talismano capace di proteggere la città dalle eruzioni dell’Etna. Un’altra interpretazione ormai diffusa lega il Liotru al ruolo di gnomone: la statua, con l’obelisco, sarebbe stata usata come stilo di una meridiana tracciata a terra in piazza, leggendo l’ombra per segnare le ore, in un’epoca – il Settecento – in cui le meridiane si diffondono ovunque nel Sud Italia. In questa chiave, il nome stesso “eliotrico” (legato al sole) sarebbe all’origine della trasformazione popolare in “Liotru”, spostando il mito dal mago alla luce.siviaggia

Dal Medioevo allo stemma: quando l’elefante diventa città

Al di là di miti e versioni erudite, una data è certa: nel 1239 l’elefante viene scelto come simbolo ufficiale di Catania, sostituendo l’effigie di San Giorgio che fino ad allora aveva rappresentato la città. La decisione arriva dopo una serie di rivolte per ottenere lo status di città demaniale e affrancarsi dal potere del vescovo-conte; con la concessione firmata da Federico II, Catania diventa “semprerifiorente” anche sul piano politico, e l’elefante è il segno di questa rinnovata autonomia. La “prima uscita ufficiale” del nuovo simbolo avviene nel 1240, durante una seduta del Parlamento a Foggia, quando lo stemma con il pachiderma compare accanto ai rappresentanti catanesi.idealista

Da allora l’elefante entra nello stemma comunale, in quello della città metropolitana e dell’università, fino a diventare mascotte delle principali società sportive: calcio, rugby, futsal, persino il beach soccer portano spesso il Liotru sul petto o nelle coreografie della curva. Anche in epoca araba, il legame è forte: le fonti ricordano come Catania venisse chiamata “Balad-el-fil” o “Medinat-el-fil”, cioè “città dell’elefante”, segno che la presenza di questa figura era già allora parte dell’identità urbana.siviaggia

Un simbolo quotidiano, non da cartolina

Oggi, al di là di guide e cartoline, la fontana dell’Elefante è un pezzo di vita quotidiana. Piazza Duomo è la fermata naturale di chi arriva col bus da periferia o paesi etnei, il punto d’incontro per studenti, famiglie e turisti che iniziano qui il giro tra via Etnea, Pescheria e Terme Achilliane. I catanesi si siedono sui gradoni a chiacchierare, mangiano granite e arancini a pochi metri dalla vasca, usano il Liotru come sfondo fisso per foto di laurea, matrimoni, raduni sportivi. Ogni celebrazione importante – dal rientro di Sant’Agata alle manifestazioni cittadine – prima o poi passa da qui.worldcitytrail

La sua immagine è ovunque: in loghi, murales, souvenir, magliette, perfino nelle campagne di promozione turistica, perché nessun altro elemento condensa così bene il carattere della città: resistente come la pietra lavica, ferito ma ricostruito dopo i terremoti, aperto a contaminazioni culturali, sospeso tra sacro e profano. Chi vive a Catania sa che “vedersi o sapiri sutta o Liotru” non è solo un modo di dire: è un modo di riconoscersi parte della stessa storia, antica e viva allo stesso tempo.isolanipercaso

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