Il borgo cancellato dal terremoto: come Occhiolà vicino Grammichele ha cambiato per sempre la storia di Catania

La storia vera di Occhiolà, il borgo vicino Grammichele distrutto dal terremoto del 1693 e legato alle origini della Sicilia antica.

27 gennaio 2026 12:00
Il borgo cancellato dal terremoto: come Occhiolà vicino Grammichele ha cambiato per sempre la storia di Catania - Foto: Giambattista Scivoletto/Wikipedia
Foto: Giambattista Scivoletto/Wikipedia
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Le origini misteriose di Occhiolà sulla collina di terravecchia

Occhiolà era un antico borgo medioevale, oggi abbandonato, adagiato sui tre crinali della collina di Terravecchia, circa due chilometri a nord di Grammichele, nella Sicilia centro-orientale. Sulla sommità della collina si trovano ancora i resti del castello, mentre le rovine dell’abitato si distendono lungo i pendii, seguendo un sistema di colline in formazione arenaria dai fianchi particolarmente ripidi. Da questo rilievo scendono piccoli rigagnoli che alimentano il torrente Caltagirone, inserendo Occhiolà in un paesaggio tanto impervio quanto strategico. Dell’antico centro è ancora possibile riconoscere i resti delle chiese, delle abitazioni e altre strutture che si estendono in direzione di Santo Spirito, segni concreti di un abitato che per secoli ha animato questa parte dell’entroterra catanese.
Gli scavi iniziati nel 1890 dall’archeologo Paolo Orsi misero in luce, oltre alle strutture medievali, la presenza di resti più antichi, manomessi dall’uso agricolo successivo e dal riutilizzo dei materiali per la ricostruzione del borgo nel corso dei secoli. Su una delle colline, appiattita in cima e alta circa 490 metri, venne individuata una sorta di acropoli, con tracce di un insediamento ellenistico o tardo-greco. In questo contesto nacque l’ipotesi che l’antico centro potesse essere identificato con Echetla, città siculo-ellenizzata ricordata da Diodoro Siculo in relazione all’occupazione siracusana del 309 a.C.. Si tratta però di una ricostruzione discussa: non tutti gli studiosi concordano con questa identificazione e il dibattito rimane aperto. I reperti rinvenuti a Occhiolà sono oggi conservati nel museo comunale di Grammichele e nel Museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa, a testimonianza del lungo arco di storia che ha attraversato questo luogo, dalle età più antiche fino al tramonto definitivo del borgo medievale.

Una comunità contadina spazzata via l’11 gennaio 1693

Al tempo della sua massima vitalità, Occhiolà contava circa tremila abitanti. La maggior parte era composta da coltivatori della terra, mentre relativamente pochi erano i braccianti senza proprietà. Quasi ogni contadino possedeva la propria casa a un solo piano terreno, spesso di dimensioni ridotte, tanto che molte attività quotidiane si svolgevano all’esterno. Per l’angustia degli spazi interni, infatti, la strada diventava il prolungamento naturale della casa: lì si spaccava la legna, si rigovernavano le stoviglie, le donne filavano, cucivano e parlavano tra loro, condividendo frammenti di vita e di fatiche. Una piccola parte della popolazione era formata da medici, notai e uomini di legge, mentre un altro segmento era composto dagli artigiani: fabbri, sarti, falegnami, barbieri, figure indispensabili per reggere l’economia e l’organizzazione del borgo.
Tutto cambiò in pochi giorni del gennaio 1693. Venerdì 9 gennaio un forte terremoto danneggiò gravemente l’abitato; mentre la popolazione cercava di sistemare le case lesionate, la domenica 11 gennaio, verso le ore 14, una nuova scossa violentissima distrusse completamente il paese. Le cronache ricordate dagli autori dell’epoca non sono unanimi sul numero delle vittime: Mongitore riporta una cifra, Gallo ne indica un’altra, mentre Boccone parla di circa 100 morti e 190 feriti. In ogni caso il risultato fu lo stesso: il paese fu totalmente atterrato. I superstiti lasciarono le macerie e si diressero verso l’eremitorio della Madonna del Piano e verso le campagne di Margi e Camemi, alla ricerca di rifugio e di nuove possibilità di vita. I giurati di Occhiolà decisero di informare il principe Carlo Maria Carafa, che risiedeva a Mazzarino, inviandogli una lettera per descrivere la gravità della situazione. Il principe reagì inviando nel suo feudo di Occhiolà viveri da distribuire ai sopravvissuti, gesto decisivo per fronteggiare l’emergenza immediata dopo il disastro. Dalle rovine del borgo medievale nacque poi l’odierna Grammichele, città a pianta esagonale, voluta proprio da Carlo Maria Carafa e tracciata dall’architetto fra’ Michele da Ferla, mentre nell’area di Occhiolà sopravvissero solo la chiesa e l’eremo della Madonna del Piano, ultimi custodi materiali di una storia spezzata dal terremoto.

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