Pantelleria e Venafro: il protocollo per gli oliveti storici tra opportunità e responsabilità

Un'intesa triennale per tutelare oliveti 'eroici' e storici: l'accordo apre scenari di valorizzazione ma impone scelte concrete e partecipate.

A cura di Redazione Redazione
07 luglio 2026 11:34
Pantelleria e Venafro: il protocollo per gli oliveti storici tra opportunità e responsabilità -
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Il 7 luglio 2026 è stato firmato un protocollo d’intesa tra il Parco Nazionale Isola di Pantelleria e il Parco Regionale Storico Agricolo dell'Olivo di Venafro: un atto formale che rappresenta l'incidente scatenante di una storia più lunga, fatta di paesaggi, mani contadine e memorie collettive. La firma triennale da parte dei presidenti Italo Cucci e Fabio Iannucci non è solo un documento istituzionale, ma la promessa di mettere in campo una strategia integrata per la tutela e la valorizzazione di oliveti riconosciuti a livello internazionale.

Il sigillo e i pilastri dell'accordo

Al centro dell'intesa ci sono quattro pilastri chiari: restauro paesaggistico, ricerca e divulgazione, supporto all'economia locale e accesso a finanziamenti nazionali ed europei. Queste direttrici ribadiscono il valore degli oliveti storici ed eroici come beni ambientali, culturali e identitari, già inclusi in programmi come il GIAHS della FAO e nella Convenzione UNESCO sul Patrimonio Culturale Immateriale. Il Tavolo Tecnico Paritetico previsto sarà il luogo dove si tradurranno gli intenti in progetti concreti, con schede progetto che definiscano obiettivi, azioni, tempi e modalità di monitoraggio.

La fase di climax della vicenda non riguarda soltanto il simbolo della firma, ma le sfide che emergono subito dopo: la lotta contro l'abbandono delle terre, la frammentazione dei fondi, le difficoltà di conciliare tutela paesaggistica e reddito agricolo, e la necessità di adattare pratiche tradizionali ai cambiamenti climatici. Queste tensioni mettono in luce un nodo pratico e politico: un protocollo può disegnare intenti, ma la sua efficacia dipende dall'attuazione, dal coinvolgimento delle comunità locali e dalla capacità di intercettare risorse stabili.

A questo proposito, il protocollo è una scelta giusta ma non sufficiente. Serve che le istituzioni evitino due derive contrapposte: la retorica delle buone pratiche senza risorse reali, e la mercificazione del paesaggio che premia progetti turistici a breve termine dissociati dalla sostenibilità agraria. L'opinione editoriale qui è chiara: sostenere gli oliveti storici significa mettere al centro le comunità che li custodiscono e il lavoro agricolo che li mantiene vivi.

Il Tavolo Tecnico Paritetico e le schede progetto sono strumenti importanti, ma la responsabilità pubblica impone criteri stringenti: trasparenza nella gestione dei finanziamenti, indicatori di risultato condivisi, e forme di partecipazione che coinvolgano produttori, giovani agricoltori e associazioni locali. Solo così si evita che i fondi diventino pacchetti di intervento spot senza impatto duraturo sul territorio.

Se il protocollo vuole davvero tradursi in protezione effettiva, alcune priorità operative devono essere perseguite sin da subito:

  • Promuovere modelli di filiera corta e prodotti di qualità che colleghino la tutela degli uliveti alla sostenibilità economica delle comunità;
  • Finanziare piani di restauro che rispettino la biodiversità e le tecniche tradizionali, integrando misure per l'adattamento climatico;
  • Investire in programmi di formazione per tramandare i saperi agrari e attrarre nuove generazioni di contadini;
  • Garantire monitoraggio pubblico e accesso alle informazioni su risultati, costi e benefici di ogni intervento.

Queste misure richiedono non solo impegno locale, ma una rete più ampia di politiche pubbliche: dalla programmazione dei fondi europei alla cooperazione tra enti territoriali. L'inclusione degli oliveti nel GIAHS e nella convenzione UNESCO offre leve internazionali, ma occorre collegare quei riconoscimenti a investimenti che non lascino le comunità inermi davanti a decisioni calate dall'alto.

La firma tra Pantelleria e Venafro apre quindi una finestra di opportunità: è una scelta coraggiosa che mette insieme due storie distanti ma affini nella sfida di conservare paesaggi plasmati dall'uomo. La posta in gioco non è solo conservare alberi secolari, ma preservare sistemi di vita, legami sociali e forme di economia che tengono insieme ambiente e lavoro.

L'auspicio, come testata, è che questo patto non resti carta d'archivio. Perché il vero risultato sarà misurato nei prossimi anni, nei cantieri di restauro, nelle donne e negli uomini che tornano a coltivare, nei prezzi equi per il loro lavoro, e nella comunità che riconosce in quegli uliveti la propria identità. Il protocollo è quindi un inizio: ora serve coerenza, risorse e responsabilità condivisa per trasformare l'intenzione in fatto concreto.

Fact Check

Prima della pubblicazione, la redazione ha verificato e consultato le fonti elencate di seguito per garantire l'accuratezza delle informazioni riportate.

Fonte:

Verificato il: 07 luglio 2026

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