Il castello dimenticato di Palermo inghiottito dai palazzi: l'attrazione che pochi conoscono
A Palermo, in corso Pisani, un castelletto neogotico nasconde una curiosità tragica che ha segnato il destino del principe d’Aci e della città.
Il fantasma di pietra di corso pisani
Alla periferia di Palermo, lungo corso Pietro Pisani, c’è un edificio che molti vedono ogni giorno senza sapere davvero cosa stanno guardando. Tra palazzi moderni e traffico continuo, spunta ancora, ferito e mutilato, il castelletto del principe d’Aci, un tempo elegante dimora di campagna e oggi relitto di un’epoca in cui i nobili cercavano nella campagna palermitana un rifugio raffinato e sperimentale. Nato nel 1797 su volontà di Giuseppe Reggio, principe d’Aci, questo edificio non fu all’inizio un castello romantico, ma un luogo di lavoro e di ricerca: venne infatti destinato a laboratorio per sperimentazioni agricole all’interno di una vasta azienda, completa persino di una riserva di caccia.
All’epoca, quella zona era ancora fuori dalla città compatta, lontana dai quattro mandamenti storici. Il principe d’Aci immaginò una sorta di tenuta modello, dove unire prestigio nobiliare e innovazione produttiva. In quelle stanze si studiavano colture, si testavano metodi per migliorare i raccolti, si sperimentavano nuove tecniche in un momento in cui la Sicilia cominciava lentamente ad aprirsi ad approcci più razionali all’agricoltura. Il castelletto non nacque quindi come semplice capriccio estetico, ma come una piccola “officina” del futuro, proiettata verso un’idea diversa di gestione della terra. La presenza di una riserva di caccia, unita al carattere agricolo del fondo, racconta bene l’equilibrio tra svago aristocratico e progettualità economica che animava il principe.
Dal laboratorio di campagna al castello neogotico
La storia del castelletto cambia bruscamente nel 1820, durante i moti rivoluzionari che attraversarono Palermo e la Sicilia. In quel clima di tensione e scontro, il principe Giuseppe Reggio venne ucciso, la tenuta fu presa di mira, l’edificio vandalizzato e al suo interno andò perduto persino un sarcofago ellenistico, di cui oggi resta solo il ricordo nelle cronache dell’epoca. Da laboratorio agricolo avanzato, il castelletto si trasformò così in un simbolo di rovina, di interruzione violenta di un progetto che guardava oltre il presente.
La rinascita arrivò qualche decennio dopo. Tra il 1841 e il 1857, l’edificio venne ricostruito su progetto di Gerolamo Lupo, che scelse per il complesso un evidente stile neogotico: finestre ad archi a sesto acuto, torrette affusolate, coronamenti merlati, una silhouette che sembrava uscita da un romanzo romantico ottocentesco più che dalla sobria tradizione palermitana. Il risultato fu un castelletto scenografico, pensato per colpire l’occhio e marcare la presenza della famiglia nel paesaggio di quella che era ancora una zona di campagna. Col passare del tempo, però, la città ha inglobato il fondo, costruendo intorno palazzi e strutture che hanno schiacciato visivamente l’edificio. Oggi il castelletto, parzialmente demolito e in stato di abbandono, resiste come una scheggia di storia tra condomìni e cemento, quasi un fantasma in pietra di una Palermo che non esiste più.