Maxi sequestro da 4,7 mln: la 'ndrangheta Mancuso e le imprese tra Catania e Vibo

Guardia di Finanza e Scico sequestrano beni e società riconducibili alla cosca Mancuso, con forte incidenza nel settore turistico-alberghiero.

A cura di Redazione
28 settembre 2026 11:21
Maxi sequestro da 4,7 mln: la 'ndrangheta Mancuso e le imprese tra Catania e Vibo -
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La Guardia di Finanza di Catanzaro e lo Scico hanno eseguito un maxi sequestro da oltre 4,7 milioni di euro su beni e strutture societarie ritenute riconducibili alla cosca Mancuso di Limbadi-Nicotera, evidenziando un'infiltrazione della 'ndrangheta nel tessuto economico della provincia di Catania.

Dettagli dell'operazione

L'intervento si inserisce nel procedimento denominato "Carthago-Maestrale-Olimpo-Imperium", coordinato dalla Procura Distrettuale della Repubblica di Catanzaro. Le indagini hanno ricostruito l'esistenza di un'organizzazione criminale legata alla cosca Mancuso che, attraverso intimidazione e condizioni di assoggettamento sul territorio, avrebbe acquisito il controllo di diverse attività commerciali, con particolare focus sul settore turistico-alberghiero.

Secondo gli atti, i provvedimenti sono stati emessi dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale calabrese e colpiscono un complesso di società e patrimoni utilizzati — dicono gli inquirenti — per mantenere e ampliare le influenze economiche del clan.

Modalità di occultamento e collaborazioni

Le indagini hanno raccolto dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno riferito l'uso di intestazioni fittizie di quote e cariche societarie per schermare le cointeressenze di soggetti vicini alla criminalità organizzata, rendendo più difficili i provvedimenti patrimoniali dell'autorità giudiziaria.

La strategia investigativa ha puntato a individuare prestanome e imprese tramite cui la cosca avrebbe movimentato e occultato valori, consentendo agli inquirenti di aggredire patrimoni ritenuti riconducibili al clan.

I destinatari delle misure

Le misure riguardano due profili principali. Il primo è un imputato della provincia di Vibo Valentia, condannato con rito abbreviato — sentenza non ancora definitiva — dal giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro a vent'anni di reclusione, ritenuto organizzatore della cosca Mancuso e responsabile di reati quali trasferimento fraudolento di valori, usura ed estorsione. Durante le indagini, il figlio di questo soggetto, ora collaboratore di giustizia, ha fornito dichiarazioni considerate decisive; è emersa anche un'impresa individuale intestata a un prestanome, anch'essa sottoposta a sequestro.

Il secondo filone riguarda i successori di un imprenditore della provincia di Catania, rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori, deceduto prima della conclusione del giudizio di primo grado davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Per questa parte il Tribunale di Catanzaro ha adottato una misura in via d'urgenza anticipata, in attesa del contraddittorio necessario per verificare i presupposti per una confisca definitiva.

Le società interessate risultano attive nella gestione di villaggi turistici sul litorale vibonese e nel commercio di prodotti ittici e floreali.

Impatto procedurale e contesto

Gli atti parlano di una strategia finalizzata a sottrarre asset economici alla disponibilità della cosca e a ricondurli sotto il controllo giudiziario, con l'obiettivo di rendere inefficaci i meccanismi di infiltrazione criminale nell'economia locale. Le misure patrimoniali sono parte di un più ampio quadro investigativo e giudiziario: alcune sentenze non sono ancora definitive e sono previsti ulteriori sviluppi nei contraddittori e nei gradi di giudizio.

Gli organi inquirenti sottolineano che il sequestro mira a colpire non solo profili penali ma anche la rete economica che, secondo l'accusa, ha permesso alla cosca di consolidare il proprio potere sul territorio.

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